Parlare di violenza domestica con un libro: “MER’E DOMU” – Daniela Frigau


Il 25 Novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Questa violazione dei diritti umani è una conseguenza della discriminazione contro le donne, dal punto di vista legale e pratico, e delle persistenti disuguaglianze tra uomo e donna.

Il Centro Medico Andromeda si prende cura della donna in tutte le fasi della vita e per questo vuole dare un proprio contributo alla riflessione sul tema. Abbiamo scelto di chiedere alla Dott.ssa Silvia Brandino – specialista in Psicologia e Psicoterapia del nostro staff, di affrontare il tema secondo la biblioterapia, ovvero il supporto offerto dai libri alla nostra vita.

Mer’e domu è un romanzo di Daniela Frigau (editore AmicoLibro, 2017), che non parla d’amore.

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Questo è un romanzo che dà voce alla sofferenza di una donna, Maria, per dare voce alle storie di tutte le donne che subiscono ogni giorno soprusi e violenze all’interno della loro casa. E’ ambientato in un paesino della Sardegna negli anni ’50.

Maria è giovane, bella, molto intelligente e sogna di diventare una insegnante. Pressata dalle aspettative familiari e dal contesto sociale, accantona il suo sogno per sposare il ragazzo più importante del paese, Salvatore: bello, ricco, rispettato da tutti, figlio di una famiglia influente e con un padre da tutti chiamato “su meri”.

La parola meri, in sardo, significa padrone – colui che comanda. Mer’e domu, invece, è la perfetta padrona di casa e moglie devota.

Il titolo del romanzo non esplicita l’articolo davanti al sostantivo “meri”, indispensabile per capire il genere. Chi è il vero o la vera padrona di casa? Maria, la sposa, che deve adempiere a tutti i lavori domestici e a tutti i voleri del marito? Oppure il vero padrone è lui, Salvatore, che urla, picchia, pretende, prende e offende, umilia, deride e perseguita?

Non sarà felice, Maria, in questo matrimonio e per sopportare tutto questo dolore arriverà ad annullare se stessa, sentendosi sbagliata e vivendo in una incessante solitudine mista a paura.

Maria non è sbagliata: il comportamento violento, come ogni altro comportamento umano, non è mai istigato. Un uomo violento non lo è perché “costretto” dalle mancanze della propria compagna, lo è perché la violenza fa parte del suo “linguaggio”. I fatti accadono, ma la reazione ai fatti riguarda la libera scelta di ciascuno, e quella reazione “dice di noi”, quindi la colpa ricade su chi compie l’azione, non su chi la subisce.

Fermare il circolo della violenza per queste donne non è facile. Il senso comune potrebbe definirle masochiste, deboli, codarde. Purtroppo, però, queste facili definizioni aggiungono una violenza alla violenza. In realtà chi subisce sistematicamente violenza fisica, sessuale, psicologica, è messa in una condizione di umiliazione e di alienazione da se stessa con importanti ricadute sul proprio senso di identità. Molte donne, quindi, perdono l’autostima, perdono il contatto con le proprie opinioni, con i propri bisogni e con le proprie capacità. In questo modo diventano progressivamente incapaci di prendersi cura del proprio benessere e di reagire ai soprusi.

Di cosa hanno bisogno le donne per essere aiutate a uscire dalla spirale della violenza? Hanno bisogno di spazi di ascolto, di sostegno sociale e culturale, di certezza della pena per chi compie il reato.

Mer’e domu è un romanzo che racconta tutto questo, affinchè un giorno – il più pesto possibile – non ci siano più “Marie”.